Domenico Coduto è un caro amico ma soprattutto un ottimo giornalista. Per LE VIE DELLA MUSICA, pagina settimanale di musica del Sannio Quotidiano, ha voluto firmare questa intervista con il sottoscritto. E' uscita il 23 novembre, con un po' di ritardo ve la segnalo ora, ma ne vale la pena...
PFM, 35 anni di musica raccontati da Donato Zoppo
Ottimo esordio editoriale del giornalista sannita, alla prese con un testo importante
di Domenico Coduto
Mantenere la necessaria distanza critica quando si parla di un amico prezioso e acuto come Donato Zoppo è abbastanza difficile. Soprattutto quando bisogna dire del suo ottimo libro sulla Premiata Forneria Marconi, uscito da qualche settimana per
Come è nata la collaborazione con
La collana “Momenti Rock” della Editori Riuniti è dedicata ai grandi del pop-rock internazionale, ha dato spazio a popolari cantautori italiani (De Gregori, Gaber, Baglioni etc.), a gruppi come i Nomadi ma mancava un testo sulla rock band nostrana più prestigiosa e conosciuta al mondo. Ecco perché è nata l’idea di dedicare un volume alla PFM.
Un titolo un po’ complesso...
Sì, abbastanza, però è indicativo di due importanti elementi. “PFM 1971-2006” individua il lungo arco di operatività del gruppo, che ha lasciato nel 1971 l’esperienza beat (si chiamavano I Quelli, attivissimi come session man) per esplodere nel nuovo rock, e prosegue ancora oggi, nel 2006, infatti a breve uscirà il nuovo, attesissimo cd “Stati di immaginazione”. “35 anni di rock immaginifico” indica invece una carriera all’insegna di questo rock che - per usare una definizione cara al batterista Franz Di Cioccio – possiede una forte vena descrittiva, pittorica, evocativa di stati d’animo, sensazioni, immagini, e che coinvolge totalmente l’ascoltatore. È una definizione molto efficace, che si affianca a quelle più tradizionali come progressive-rock, art-rock, rock sinfonico e romantico, “spaghetti rock”, come usavano dire i giornalisti americani.
Sei un grande conoscitore del musica progressive, di ieri e di oggi. Cosa ami di questa musica?
Di questa musica amo la sua complessità, la sua natura composita, i suoi riferimenti ad altre aree musicali (jazz, classica, elettronica, folk) ed extramusicali (letteratura, pittura, filosofia, “science-fiction”). Però ci tengo a dire che ascolto di tutto (da Santana a Baglioni passando per John Coltrane e Berlioz…): il progressive mi ha aiutato molto ad aprire la mente ed educare l’orecchio. Ascolto musica dall’infanzia, è una cosa che ho sempre adorato, ho una collezione sterminata di dischi, vinili compresi: l’ascolto del progressive è arrivato durante l’adolescenza - era l’epoca del “new progressive” di Marillion e soci - e devo dire che questa musica ha contribuito notevolmente ad affinare la mia sensibilità e curiosità.
In che modo hai lavorato per la stesura di questo libro?
Ho avuto la proposta da Editori Riuniti alla fine del 2005 e ho cominciato a scrivere ai primi del 2006, tuttavia c’è stato un lunghissimo pregresso. Ascolto progressive e
Come consuetudine per i testi della collana “Momenti rock” anche il tuo volume è strutturato in modo ferreo: un capitolo per ogni disco. Un’ organizzazione molto stretta, con dei vincoli precisi. Come è stato lavorare con questa struttura?
Lavorare all’interno di un “format” prestabilito ha dei pro e dei contro. I primi sono quelli di muoversi in una struttura definita e questo velocizza la scrittura, è come se la tua ricerca dovesse incanalarsi in una direzione già trovata e questo ti aiuta. Al tempo stesso questo è un limite poiché ti costringe a lavorare in quella dimensione. Personalmente ho cercato di dare una “mia” impronta dividendo il testo in tre parti, proprio per aiutare il lettore a individuare i tre grandi periodi di riferimento: anni ’70 (il trionfo del gruppo), anni ’80 (la decadenza), anni ’90 e 2000 (il grande ritorno).
Ritengo che il gruppo più rappresentativo dello spirito del progressive italiano sia stato il Banco Del Mutuo Soccorso, però la PFM ha avuto quel qualcosa in più che l’ha portata alla grande ribalta internazionale. Essa ha rappresentato una via “nuova” all’imperante art-rock inglese, fatta di colori mediterranei, caroselli strumentali, melodie accattivanti, una forte inclinazione all’improvvisazione jazz. La PFM è stata un gruppo di virtuosi del proprio strumento, dal vivo è stata (ed è tuttora) un’autentica macchina da guerra ma - per fortuna - non si è mai limitata all’esibizione, ha sempre avuto valide idee. Ho ascoltato dei concerti rarissimi degli anni ’70, sia italiani che stranieri: non ho timore nel dire che il gruppo era alla pari di formazioni blasonate come Yes e ELP. Solo un gruppo con la musicalità della PFM avrebbe potuto fare ciò che ha fatto con De André (a detta di tanti, il punto più alto della carriera del gruppo). Cosa importante: virtuosi sì ma è difficile trovare assoli torrenziali e solismo esasperato, la PFM brilla ancora per il suo inimitabile equilibrio strumentale.
Oggi la PFM rappresenta ancora l’emblema del prog tricolore, sia in Italia che all’estero (ultimamente ha compiuto un breve tour in America): i tempi sono cambiati, i musicisti sono invecchiati, c’è una scena new prog fiorente e attiva, però dal vivo la Premiata fa ancora dei concerti impeccabili. In generale penso che ancora oggi la PFM rappresenti la “live-band” per eccellenza.
Credi che oggi abbia ancora qualcosa da dire musicalmente?
Oggi la Premiata ha da dire molto di meno rispetto al passato, ma è un fatto fisiologico, solitamente con il passare degli anni l’ispirazione cala. Nel 2005 il gruppo ha curato le musiche della rock-opera “Dracula”, che ha avuto un grande successo ma che non è piaciuta a tutti, tra pochi giorni uscirà “Stati di immaginazione”, ricavato dalla recente tournée, costruita su improvvisazioni dal vivo. Ad esempio questa è una traccia importante, nella quale la Premiata ha ancora tanto da dire, perché nella jam e sul palco si esprime davvero alla perfezione.
Prova a tracciare dei brevi ritratti dei singoli componenti del gruppo.
Franz Di Cioccio: il motore del gruppo, un’autentica turbina come batterista, a mio avviso anche ottimo showman, benché come cantante non sia gradito a molti. È stato il fondatore del gruppo ed è tuttora il rappresentante. Raramente ho visto un musicista così energico ed entusiasta.
Franco Mussida: il principale autore delle musiche della PFM, chitarrista eccellente, sia elettrico che acustico, nonché ottimo arrangiatore (basta ascoltare il disco dal vivo con De André). Ha un bellissimo sorriso.
Flavio Premoli: il musicista razionale, riflessivo, pacato. Ha avuto un ruolo cruciale negli equilibri del gruppo: non è stato un tastierista “rampante” alla Keith Emerson, ha sempre lavorato come rifinitore e “ago della bilancia”. L’equilibrio della PFM deve molto alla sua presenza, eppure anche quando si è lasciato andare al solismo (lo ricordo al piano elettrico in “Jet Lag”) ha fatto ottime cose. “Dracula” è principalmente opera sua.
Adoro un bassista come Patrick Djivas, mi piace il suo stile plastico e la sua imperturbabilità. Djivas è stato l’elemento che ha consentito la svolta dal vivo alla PFM, grazie a lui ha potuto esprimersi meglio nelle lunghe improvvisazioni. Inoltre egli è l’anima “tecnologica” del gruppo.
Dal 1975 al 1978 la PFM ha avuto anche un cantante, mi dispiace che venga dimenticato: Bernardo Lanzetti ancora oggi fa commuovere gli ascoltatori, penso sia uno dei più grandi ed espressivi vocalist italiani. Una voce vibrante e pastosa difficile da trovare. E non dimentichiamo anche il violinista Lucio Fabbri, uno dei musicisti più preparati in Italia, così come il fenomenale batterista Walter Calloni.
Mauro Pagani è stato nella PFM dagli esordi al 1976, è uscito dopo “Chocolate Kings”. Apprezzatissimo dal vivo per la sua figura istrionica e pittoresca di violinista-flautista, non ha avuto grande spazio nella composizione, si è occupato principalmente dei testi. Mauro è stata l’anima “politica” del gruppo, colui che teneva i rapporti con il “movimento”. Bellissimo il suo primo album solista del 1978, uno dei primi esempi di fusione jazz-rock e world music.
Una volta, durante un’intervista, Mauro Pagani mi raccontò di aver lasciato
Mauro è una persona intelligente (anche perché ha scritto la prefazione del mio libro…) e sincera: il suo abbandono era realmente motivato da tensioni musicali, aveva bisogno di esprimersi e aveva intuito che quella musica stava per finire, ha voluto allontanarsi prima di restare vittima di quella decadenza. Però devo anche dire che la stessa PFM - a differenza dei colleghi stranieri - ha fiutato la situazione e con lungimiranza ha “deviato” verso il jazz-rock-folk di “Jet Lag” (1977) e “Passpartù” (1978), due ottimi dischi di fine Seventies. L’uscita di Mauro è stata affrontata con grinta: il gruppo non voleva cercare un altro violinista per concentrarsi su una musica più “liquida” e jazzata, poi l’incontro con l’ottimo Greg Bloch ha cambiato i programmi. Certo con l’uscita di Pagani la band ha perso molto: un musicista validissimo (la sua carriera futura lo dimostrerà ampiamente), un performer teatrale ed espressivo.
Il “fil rouge” del mio libro è proprio questo: la PFM ha sempre saputo interpretare i tempi nei quali ha operato, dunque è stata costantemente al passo con i tempi, evolvendosi naturalmente, senza rinnegare nulla. Gli anni ’80, quelli del “rock metropolitano” di “Come ti va”, sono stati una vera e propria “lotta per la sopravvivenza”, non un tradimento del decennio precedente. In ogni caso la presenza mediatica del gruppo si giustifica grazie al suo successo: nel 1972 “Storia di un minuto” schizza in vetta alle classifiche, nel 1973 la band collabora con Greg Lake e Pete Sinfield, l’anno successivo va in America, cose che non capitavano spesso all’epoca...
Già nel 1973
La PFM ha parlato un linguaggio internazionale, con una vena italiana, mediterranea, che si esprimeva con melodia, trasporto, calore, mai sterile esibizionismo. Era rock ma italiano, anche con qualche citazione un po’ kitsch (l’Ouverture del “Guglielmo Tell” rossiniano ad esempio). Inoltre la Premiata nasce proprio come progetto di ampio respiro, per il quale il manager Franco Mamone mette a disposizione tutte le sue energie: è anche grazie a lui che il gruppo capitalizza i contatti con l’estero e può compiere prima la tournèe europea e poi quella americana, oltre che i dischi per il mercato straniero. Per affermarsi come italiani all’estero o si dimostra di essere italiani eccezionali oppure si viene risucchiati e assimilati, perdendo la propria personalità: tra il 1973 e ’74 la PFM ha dimostrato di essere realmente un eccezionale gruppo rock italiano.
Della PFM si sente spesso dire che negli anni della contestazione abbia sfruttato il movimento per mietere credito. Qual’è il tuo punto di vista su questa affermazione? E com’era il loro rapporto con il movimento?
Come tutti i gruppi del progressive, la Premiata ha espresso una concezione di “arte per l’arte” (alla quale, personalmente, mi sento molto vicino), astratta dalla realtà, dai problemi del quotidiano e dalla politica. Per questi motivi il gruppo è stato contestato, sia da molta critica che da alcuni colleghi come Demetrio Stratos. Eppure la band non ha mai rifiutato di esibirsi ai raduni come il Parco Lambro, decurtando il proprio compenso, né i membri hanno fatto mai mistero delle proprie posizioni progressiste. Mauro Pagani era il collante tra gruppo e movimento: quando ha avuto più voce in capitolo la PFM ha sfornato un disco eccellente, dinamico, carico, pieno di energia, ovvero “Chocolate Kings” (1975), uno dei rari esempi di progressive politico. Un’aggressiva ma intelligente critica al consumismo americano, che il gruppo aveva vissuto personalmente.
Come è il tuo rapporto con
Sono da tempo in contatto con il gruppo, in particolare con il management. Il rapporto è buono, anche se non ho avuto la possibilità di avvicinare la band durante la stesura del libro. Mi sono mosso in un periodo abbastanza delicato, prima “Dracula” poi le successive tournèe e il disco in studio, praticamente sono stati inavvicinabili. Però devo dire che questo non ha inficiato la qualità del libro, anzi ha fatto in modo che io abbia conservato autonomia di giudizio, imparzialità e obiettività.
Cosa ti aspetti da questa pubblicazione e quali sono i tuoi prossimi progetti?
Nella pagina dei ringraziamenti ho lasciato il mio recapito e-mail: mi aspetto che i lettori mi contattino per esprimere il loro parere sull’opera, è la cosa a cui tengo di più. È l’unico modo che ho per crescere come scrittore. Di progetti futuri ce ne sono moltissimi, il più immediato sarà la pubblicazione del nuovo libro “Racconti a 33 giri”, che dovrebbe vedere la luce nei primi mesi del 2007. È una guida ai migliori 100 dischi del progressive-rock italiano, di cui sono un curatore.
